In questi anni, in Italia si sta ponendo sempre maggiore attenzione agli  stereotipi di genere per superarli e non continuare ad alimentarli nella società,soprattutto attraverso l’ educazione delle nuove generazioni. Si lavora (insegnanti, psicologi, educatori, genitori) per una migliore integrazione di tutte le diversità e la valorizzazione, i diritti civili e il rispetto della persona in quanto essere umano.

Il lavoro è difficile. Lungo. Costante. E’ necessario conoscere l’altro, riconoscendo prima dentro noi stessi l’influenza socioculturale che ci annebbia la vista. E’ necessaria una nuova educazione, consapevole  che ogni essere umano ha un valore intrinseco inestimabile per andare oltre le categorie morali di ciò che bene e male, oltre il colore della pelle, oltre gli stereotipi di genere. E’ necessario mantenere viva la memoria collettiva di quegli eventi tremendi che hanno ridotto gli esseri umani a cose di poco valore, affinchè non si  ripetano più e non trovino altre forme di violenza.  

E’ necessario oggi conoscere le nostre radici e le rappresentazioni culturali che abbiamo ereditato. Entrare nelle zone d’ombra e di sofferenza personale e collettiva e fare luce.

Nel ventennio fascista, la donna se non rispondeva allo stereotipo  di madre e moglie dedita alla famiglia, se aveva comportamenti ritenuti troppo libertini e non obbediva al pater familias, il marito o il padre se non era ancora sposata, veniva mandata dagli stessi familiari in manicomio, in quanto disonorava moralmente la famiglia e veniva considerata “cellula impazzita” di una società basata sull’eugenetica della razza umana.

Ecco uno di quei  capitoli scomodi della storia italiana, in cui l’essere umano che  non aderiva  ad un pensiero politico, ai costumi sociali e morali, che non si conformava, che preservava la propria individualità e libertà espressiva in quanto pericoloso per la società e di pubblico scandalo (riguardo alle donne) veniva internato nei manicomi, strutture nate in Italia nell’800 e moltiplicatesi nell’ 900.

La salute mentale dell’essere umano è stato sempre terreno molto fertile per far crescere pregiudizi di genere tra uomini e donne, pesante eredità della psichiatria illuminista dell’800.

“La donna è una povera creatura misteriosa, per la quale è legge senza eccezione il dolore: è malata una volta al mese e ancor più malata per una gran parte del tempo della sua fecondità. La donna ha figli da educare, casa da sorvegliare, biancheria da cucire.” (Augusto Alfani ,”il carattere degli italiani,1878).

Il  manicomio di Teramo, S. Antonio Abate, fu uno dei luoghi più importanti e grandi dell’ Italia meridionale  in cui  il padiglione donne era numerosissimo. Aperto dal 1881, venne chiuso nel 1998.

“Sfogliando le cartelle delle donne ricoverate in manicomio sono rimasto profondamente colpito dalle diagnosi di ammissione che spesso nulla avevano a che fare con problematiche psicopatologiche reali; rimandavano soprattutto a problemi legati alla moralità o ad altro tipo di devianza (vagabondaggio sessuale, turpiloquio, rifiuto del lavoro domestico-familiare, rifiuto dell’accudimento dei figli, rottura o messa in discussione “anomala” del rapporto di coppia). E tutto ciò a conferma che i manicomi in moltissimi casi venivano usati per fini repressivi, per affermare nella vita di tutti i giorni la subordinazione e l’inferiorità della donna.” Scrive il dott. Sirolli, psichiatra che ha lavorato nell’ospedale psichiatrico di Teramo che ha contribuito al raccogliere e conservare le cartelle cliniche delle donne , 22872 fascicoli, dal 1881 fino al 1998, alla chiusura del manicomio.

Donne che avevano subito lutti e traumi con la guerra. Donne che vivevano in condizioni di miseria indescrivibile. Donne ripudiate. Donne che non volevano maritarsi e che volevano far l’amore e non farsi suore non rientravano in nessuna categoria socialmente accettabile, fuori dai “ruoli”. Donne “isteriche”, con atteggiamenti erotici, impertinenti, con emozioni troppo forti da comprendere.

Donne abusate, la cui violenza era stata “cercata” dalla donna stessa, come testimonia la legge del codice penale Rocco di “violenza sessuale presunta”, commessa a danno di persone incapaci di intendere e volere e quindi per questo loro stato, non erano in grado di esprimere una libera scelta in materia sessuale. Inoltre per il codice Rocco, la violenza carnale era crimine contro la moralità pubblica e il buon costume e contro la persona fisica.  E come non intuire, anche oggi, come purtroppo “echi” del pensiero espresso nel codice Rocco, persistono ancora nella nostra società, in coloro che dicono “se l’è cercata” quando una donna viene aggredita o violentata?!

Bambine in manicomio. Quelle creature che erano “deboli di mente”, “anormali d’intelletto e nel corpo” Vittime di abbandono familiare e difficili da educare e quindi in “pericolo morale”. Fanciulle “inutili” per garantire la proliferazione della “buona razza”, nel progetto di “bonifica della femminilità”.

Durante il fascismo si attuò un processo di esclusione dalla vita sociale dell’essere umano che portò alla cancellazione delle diversità nella società italiana attraverso la segregazione nell’istituzione manicomiale.

Controllo sociale e privazione dei diritti di queste persone con vissuti ed emozioni represse che rappresentavano una minaccia per la società.

Dal 2016 viene ospitata in diversi comuni italiani, non solo abruzzesi  la mostra itinerante “i fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista” testimonia proprio questa realtà del passato nel territorio abruzzese. Grazie al lavoro di conservazione delle cartelle cliniche corredate da foto delle donne, lettere e altro materiale, la Fondazione Università degli Studi di Teramo in collaborazione con il Dipartimento di salute mentale Asl Teramo e Archivio di Stato di Teramo questa memoria collettiva ha girato per varie città d’ Italia con l’intenzione di sensibilizzare le persone al pregiudizio sulla malattia mentale e pregiudizi di genere.

Lettere, foto, sguardi ..testimonianze su queste donne  che con le loro storie familiari e vissuti personali, ci fanno provare compassione e ci aiutano a riflettere anche  oggi, oltre diagnosi e stereotipi di genere …

Pierangela Vallese

psicologa psicoterapeuta

  • citazioni fonti dal libro ” i fiori del male, donne in manicomio nel regime fascista” a cura di Annacarla Valeriano, Costantino Di Sante.
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